
TRATTO DA: CRITICHE MUSICALI DI GIORGIO SOLLAZZI
Avrei potuto scrivere del Tannhauser di Wagner, di Tapiola di Smetana, del Divertimento per archi di Bartòk o della Decima Sinfonia di Mahler, per tacer di Trope di Boulez.
Ma si è di festa! Bando alle complicazioni e alle elucubrazioni da intellettuale sinistrorso. Vuoi mettere una bella cocomerata?
Magari accampagnata da vino, donne e canto?
E così, eccoci all'Invito alla danza (titolo originale del brano) per pianoforte, scritto da Carl Maria von Weber, nel 1811.
Anzi, ad essere precisi, il l'Ur titolo (il titolo primigenio) era Rondò brillante.
Però così suonava generico e un po' déjà-vu e sicuramente poco appetitoso.
Facendo una sorta di brain storming pubblicitario ante-litteram, il nostro Carl pensò: il Rondò è una danza - demodé - brillante, quindi scintillante, preziosa, movimentata ecc.
Si decise quindi per Invito - in questo modo non entrava in competizione pianistica con nessuno; non dimentichiamoci quante composizioni "brillanti", nonché roboanti, erano state scritte dai pianisti che già erano più dei granelli di sabbia, fin da allora, e facevano a gara a chi era più virtuoso nell'eseguire le composizioni senza che si intrecciassero le dita alla Fantozzi -; dicevo Invito a che? Ma alla Danza, parbleu!
E il fruscìo delle ampie gonne di giovani donne senza nulla sotto (ebbene sì, non tutte portavano le "culotte") già risuonava nelle orecchie di Weber quando ebbe il colpo di genio.
L'opera pianistica ebbe un ottimo successo solo che lasciava un po' interdetti gli ascoltatori che vedevano le proprie gambe muoversi a ritmo di musica e osservavano la sensualità libidinosa delle donne che compivano lo stesso gesto.
Ma muovere come?
Il Rondò. E chi si ricordava i passi? Giusto qualche vecchia contessa imbellettata in odor di santità.
E allora sia!
INVITO AL VALZER: la danza più scatenata dell'epoca.
Un momento. Non penserete mica ai Valzer degli Strauss?
Quelli verranno cinquanta-sessanta anni dopo e saranno destinati alle dame di corte, quindi "pulite" anche se in vena di perder la testa tra le bollicine di Champagne e i giri vorticosi su se stesse.
No, il Valzer scoperto nelle campagne e danzato dai Rom ungheresi poco inclini, è risaputo, al comportamento da galantuomini in guanti bianchi e cicisbei.
Un bell'agguantare la donna e mimare la copula, senza mezzi termini.
Questo era tra i Rom.
I viennesi, più tranquilli, così tranquilli che fecero entrare Hitler, cento anni dopo, dalla porta principale e senza battere ciglio, tolsero le movenze più erotiche, mantenendo, però, una stretta vicinanza alla compagna di danza, cosa che fu abolita, pare, quando l'Imperatore Francesco Giuseppe, sì, proprio lui, dopo una cena a base di carciofi - rinomato pasto da re - e aglio italiano, aprì le danze con la Principessa Costanza di Colonia.
Il puzzo d'aglio che arrivò alle nari della Principessa, abituata a ben altri odori, la fece retrocedere di almeno un passo e mezzo dal cavaliere che, per rispetto, non protestò. Gli altri danzatori, a quel gesto, per onore all'Imperatore, fecero altrettanto. Il resto è storia.
Col nuovo titolo e in veste orchestrale, il brano ebbe un successo incredibile tanto che l'austero Listz ne approntò, molto più tardi, una versione per pianoforte e orchestra (il solito narciso megalomane).
La composizione inizia con un tema ascendente irresistibile e continua, divisa in vari movimenti, anche più calmi, caratterizzati da bellissime melodie cantabili.
Non dimentichiamoci che Webern era il compositore di Oberon e del Franco cacciatore in cui, sovrano, prevale il canto, nonché cugino acquisito di Mozart. Non Leopold, no. Proprio il grande Wolfgang Amadeus Mozart, poiché la moglie di quest'ultimo, Costanza Weber era, per l'appunto, la cugina di Carl Maria.
E qualcosa della capacità melodica, nonché della voglia di vivere, doveva esser passato, per misteriosi e occulti canali da cugino a cugino.
Di esecuzioni ne trovate a iosa, perfino di H. von Karajan con i Berliner a dimostrazione che, come diceva Totò, è la somma che fa il totale.
Nel senso che, l'orchestrazione di Weber è davvero ispirata ed elegante, sostanziosa e vibrante, accurata e spensierata.
Insomma, davanti ad un gioiellino così, nessuno resistette e può ancora, nel Terzo Millennio, resistere.
Purtoppo l'autore, di salute cagionevole, dall'attività frenetica (non solo musicale, ma non ditelo in giro che pare brutto), morì a quaranta anni, appena cinque anni più del cugino Wolfgang.
Al suo funerale, Wagner pronunciò l'elogio funebre, dichiarando, da par suo, di essere drammaticamente triste nell'accomiatarsi da colui che gli aveva aperto la strada verso l'Opera tedesca, finalmente affrancata dai modelli italiani imperanti.
Si riferì alla magnifica vicenda di Oberon e del suo Corno dai poteri ultraterrenie dalle melodie misteriose e fatate eppure potenti, al Franco cacciatore in cui non c'è più divisione tra il cantato e il recitato.
In cuor suo, mentalmente, risuonavano le note dell'Invito al Valzer.
Qualcuno notò l'angolo sinistro della bocca di Wagner contrarsi. Si commosse e pianse.
In realtà, il grande Richard, stava a stento trattenendo un sorriso e il movimento delle gambe a mò di Valzer...
Grazie.
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